Lo stile italiano nella musica barocca
(Guida all’ascolto)

 Il fil rouge che unisce le composizioni in programma è costituito da un insieme di caratteristiche formali e strutturali, presenti nelle varie corti europee del XVIII secolo, riconosciute come “stile italiano” (cfr. il Concerto ideato con la forma del ritornello, tòpos vivaldiano, o lo stile operistico, iniziando dallo stesso Haendel) tanto che non mancano compositori che utilizzano indicazioni come Concerto secondo lo stile italiano (Bach BWV 971). Ma, per convincere e sedurre il pubblico, dal punto di vista delle emozioni, si rende sempre più necessario utilizzare stilemi come la cantabilità, il virtuosismo, la capacità di esprimere una grande varietà di ‘affetti’. Ecco che per il musicista diventa imprescindibile attingere al linguaggio della retorica, unica strada per ottenere quel «fin, la maraviglia» di Mariniana memoria. La retorica «ora allieta l’animo, ora lo rattrista, poi lo incita all’ira […] alle passioni violente e ad altri effetti; e ottenuto il turbamento emotivo, porta infine l’uditore destinato ad essere persuaso a ciò cui tende l’oratore. Allo stesso modo la musica, combinando variamente i periodi e i suoni, commuove l‘animo con vario esito» (Kircher, Musurgia Universalis, 1650). 

Al principio generale di varietas, che sottende l’intero programma, la forma dell’Aria col da capo (A-B-A’) rappresenta una caratteristica del periodo barocco, ove al cantante - virtuoso spetta il compito di improvvisare ed abbellire il melos della prima sezione nella ripresa, ovvero come suggerisce l’espressione italiana da capo (A’), pur non scritta dal compositore. Infine, il tema del virtuosismo rimanda alla bravura delle putte degli Ospedali veneziani, delle prime donne che calcano i teatri come Anna Maddalena Tessieri (Girò o Nina del prete rosso), con ruoli en travesti, ma anche al magistero dei compositori dei Conservatori di Scuola napoletana e alla presenza di evirati come Caffarelli o Farinelli i quali, in breve tempo, diventano vere star contese in tutt’Europa.

Se la Sinfonia di Albinoni, dal carattere introduttivo, già con i tre movimenti dichiara la sua aderenza al modello scarlattiano, le due arie di Haendel, tratte entrambe dal Rinaldo, rappresentano un altro esempio di stile italiano.

L’intreccio drammaturgico-musicale, derivato da un episodio della Gerusalemme Liberata del Tasso su libretto di Giacomo Rossi, diventa occasione, per il compositore tedesco, di presentare a Londra (24 febbraio 1711, Queen’s Theatre) il suo primo melodramma italiano. Nel racconto costellato da intricate vicende fatte di seduzioni e di inganni, spiccano quelle del valoroso Rinaldo e della bella Almirena che devono fare i conti con la cattiveria della maga Armida e del re pagano Argante. Si tratta del primo successo londinese, sia per la ricezione del compositore tedesco dello stile italiano che per la presenza di arie colme di pathos come quelle in programma.

Con la composizione di Vivaldi (RV157) il riferimento è il «Concerto ripieno». Pur in assenza di solisti, le quattro parti (violini, viola e basso) partecipano ognuna con caratteristiche diverse offrendo un modello di scrittura fantasiosa, non disgiunta da equilibrio formale e da un’armonia significativa che per certi aspetti ricorda l’ossimoro presente ne L’estro armonico, op. 3 ove convivono fantasia e scienza armonica. Il primo Allegro si caratterizza per la reiterazione di un basso cromatico discendente, mentre ai violini il compito di esplicitare il melos in un rapporto imitativo e quasi paritario, mentre alla viola il compito sia di inserirsi nella pulsazione ritmica del basso che nel rapporto dialogico del cantus. Il Largo (nella relativa maggiore, Sib) si contraddistingue per un ritmo puntato senza quasi esprimere un primus inter pares tra gli strumenti, i quali partecipano con enfasi al dialogo imitativo. Conclude l’altro Allegro con ritorno alla tonalità d’impianto (sol minore) che ricorda la struttura del primo movimento. Le continue progressioni di semicrome nei bassi, formule stereotipate di arpeggi e note ribattute nei violini, contrasti di colore ecc., restituiscono all’ascoltatore un bell’esempio della genialità vivaldiana.

L’aria che segue è tratta dalla sua opera seria Il Giustino (1724, su libretto di Nicolò Beregan). Trattasi di un quadretto ove l’imperatore Anastasio, preso dalla guerra civile in atto, esprime il desiderio di ricongiungersi alla sua sposa Arianna.  L’aria, costruita su di un basso ostinato e pervaso di cromatismi esprime una sorta di struggimento amoroso (sospirerò penando ogni momento) finché non vedrà «l’alma dell’alma mia».

Dal carattere completamente diverso si presenta l’aria della capricciosa Serpina (Pergolesi, La serva padrona, su libretto di Gennaro Antonio Federico, 1733) che da servetta del ricco scapolo Uberto, attraverso un piano congegnoso, riesce a farsi sposare.  Pagina decisamente brillante ove le esigenze del testo si completano con la musica anche di fronte a monosillabi e brevi frasi che trovano riscontro in altrettante corrispondenze musicali. Con l’ultimo brano in programma, Alla rustica, c’è un ritorno alla forma del concerto vivaldiano ora anche nella forma festosa della danza, riaffiorando così il ‘virtuosismo’ e restituendo quella genialità musicale insita nel DNA italiano.

Prof. Salvatore Dell’Atti – Conservatorio di Musica “Francesco Morlacchi” - Perugia

 

 

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